mercoledì 16 novembre 2011

La dura vita dell'ingegnere

La vita di un ingegnere non è facile.


Da noi, caro ingegnere, ci si aspetta la traduzione di requisiti ambigui in specifiche concrete, soluzioni rapide e scalabili che soddisfino un ampia gamma di parti interessate.

Ci avventuriamo spesso in territori inesplorati, con una serie sempre crescente di tecnologie e infrastrutture tra cui dover scegliere, senza sapere a priori quale direzione prenderà il prodotto in futuro.

Mentre queste sfide ci affliggono ogni giorno, la cosa triste e deprimente è che un insieme molto ristretto di persone apprezzerà realmente lo sforzo che è stato speso in tutto ciò.
Spesso non vi è nemmeno il tuo capo fra questi e certamente non c'è l'utente finale.

La superficialità della natura umana porta la gente ad apprezzare gli aspetti fisici del prodotto, piuttosto che la bellezza che si trova all'interno di esso.
Non c'è esempio migliore di questo che i prodotti Apple. Mentre Apple incassa costantemente elogi per la bellezza dei suoi prodotti, in pochi lodano lo sforzo di ingegneria che è andato in ogni dettaglio di un MacBook Air o di un iPhone, che ha dato vita, attraverso un prodotto reale e funzionante, alle visioni dei progettisti. Questo effetto trascende i prodotti tecnologici ed è altrettanto evidente in un settore come l'edilizia. Quando un edificio importante o influente viene eretto, è l'architetto la persona alla quale vanno tutte le attenzioni, mentre l'ingegnere - che, vale la pena ricordarlo, è responsabile per la vita dei futuri abitanti dello stesso - passa quasi inosservato.

Dal punto di vista di tecnologia di prodotto, siamo penalizzati dal paradosso dell'usabilità. Più semplice è l'interfaccia del prodotto, minore appare lo sforzo di ingegneria sotteso ad essa, mentre in realtà è vero il contrario. Più semplice è l'interfaccia, meno lavoro l'utente deve fare, più lavoro l'ingegnere deve aver compiuto per ottenere il risultato desiderato.

Con questo noo dico che gli ingegneri non abbiano alcuna attenzione: in realtà ce l'hanno, ma - ahimé - è il tipo di attenzione di cui farebbero volentieri a meno. Tipicamente gli ingegneri sono portati alla ribalta non appena qualcosa va storto. Se un edificio crolla, puoi star tranquillo che l'ingegnere diventerà la star dello show.
Idem dicasi se il sito di cui un ingegnere è responsabile, crolla durante un picco anomalo di richieste concorrenti.

Lo scopo di tutte queste allegre premesse è quello di buttare giù una serie di personalissimi consigli...

... per coloro che intraprendono una carriera da ingegnere - a prescindere dalla specializzazione.
Dovrete sviluppare un buon grado di mansuetudine.
Dovrete fare in modo che a guidare le vostre scelte professionali sia la passione.
Tu, caro futuro ingegnere, ami (e dovrai sempre amare) le sfide quotidiane, l'ambiguità e sarai a tuo agio in queste ultime, anche se non sempre riceverai i giusti riconoscimenti.
Inoltre, se vivi in realtà simili a quelle della PMI italiana, è probabile che gli stimoli per alimentare questa passione non ti giungano dal lavoro quotidiano, ma derivino piuttosto da progetti personali extra moenia: coltivali e fanne tesoro per i tuoi progetti lavorativi o per quelli futuri. In ultima analisi, solo questa eterogeneità di esperienze, più che la conoscenza approfondita e specifica di una certa tecnologia, daranno reale valore alla tua professionalità.

... per le aziende.
Vi esorto a promuovere una forte cultura di ingegneria in cui gli strati superiori di gestione hanno le conoscenze tecniche per apprezzare (o criticare) il lavoro tecnico svolto dai vostri ingegneri. Aziende come Facebook e Google attirano un sacco di brillanti ingegneri proprio per questo motivo. Se qualcosa va storto, non siate pronti a biasimare gli ingegneri. Ricordate che la maggior parte dei problemi di prodotto derivano da un problema di gestione, piuttosto che da un problema tecnico.

... per tutti gli altri.
Vi chiedo di guardare oltre la superficie del prodotto e diventare curiosi di sapere cosa c'è voluto per farlo funzionare. Ricordate che la semplicità spesso maschera una serie di ostacoli tecnici.

... per tutti gli ingegneri.
Vi invito a non vivere in una bolla, circondati solo dal proprio bagaglio di sfide.
Cooperate con i vostri colleghi ingegneri e non, chiedete loro cosa stiano facendo e lodateli per i problemi interessanti che hanno già risolto.
Voi, cari colleghi, siete nella posizione privilegiata di poter capire la reale dimensione delle loro sfide.
Ricordate che così facendo, è probabile che questi facciano lo stesso per voi quando ne avrete bisogno...

Se tutto ciò fallisce, apprezzare il fatto che si sta creando qualcosa dal nulla, qualcosa che prima non c'era e che auspicabilmente sarà utilizzata e cambierà un po' la vita di un ampio numero di utenti. O comunque che avrà fatto crescere le tue competenze. Bene o male, ci sarà sempre una domanda per la vostra figura professionale, anche se i riconoscimenti non sempre arriveranno per le cose che vi aspettate che arrivino.

Un saluto a tutti gli ingegneri!

mercoledì 31 agosto 2011

Il dubbio dell'aspirante innovatore


Nella mia azienda ormai periodicamente e da un po’ di tempo una mia collega è solita pubblicare, in un blog interno, alcuni post dagli argomenti più disparati.
Si va dal gossip interno, alla presentazione di nuovi obiettivi, ai grandi temi filosofico / escato(tecno)logici.
In uno degli ultimi post ho ritrovato ripreso e commentato un recente articolo di Clay Christensen pubblicato sulla versione on-line di The Economist - che mi era già capitato di leggere nei mesi scorsi, suggerito da un qualche tweet - nel quale viene suggerita l’idea che la mente possa in un qualche modo essere spinta, attraverso opportune abitudini, ad essere innovativa.

La tesi di fondo dell’articolo è basata sull’osservazione del fatto che la maggior parte delle grandi innovazioni di prodotto sono nate perlopiù casualmente da intuizioni suggerite da situazioni estranee al contesto proprio del problema piuttosto che da un’analisi profonda e puntuale dello stesso.

A chiosa di questo articolo che sottolinea - guardandolo da un’altro aspetto - l’essenzialità della curiosità e della varietà di interessi nel processo di perfezionamento delle proprie abilità analitiche, mi è (casualmente!) venuto in mente un altro interessante articolo1

Sentite la storiella e... trovate le differenze!

Anno 1959.
In Inghilterra, un magnate visionario dell’industria - tale Henry Kremer - indice un concorso a premi per la realizzazione di un sogno di leonardiana memoria: costruire un aeroplano in grado di volare grazie alle sole forze del pilota.
Negli anni si cimentarono nell’impresa ingegneristica decine di aspiranti “nuovi Leonardo”, fallendo, uno dopo l’altro, miseramente, ma continuando nei loro tentativi di ricerca.
Diciotto anni più tardi, quando ormai il sogno sembrava essersi rivelato irrealizzabile, un ingegnere statunitense, Paul MacCready, entra in gara osservando per prima cosa le ragioni per cui tutti i precedenti tentativi dei suoi colleghi erano falliti.
Si accorse dell’ovvio:
il problema reale che non aveva permesso negli anni precedenti di arrivare ad una soluzione era che tutti i suoi predecessori nell’impresa non avevano capito il vero problema.

The problem is that we don’t understand the problem.



Qual era il problema?
Semplice: i suoi colleghi che avevano fino a quel momento fallito nell’impresa, erano tutti partiti a testa bassa nella realizzazione di idee, congetture, teorie, senza alcun supporto di test empirici. Il problema è che questa fase - molto lunga, anni, come si può ben immaginare - veniva sempre vanificata in pochi minuti dal (unico) test finale, che costringeva a ricominciare da capo.
Paul ebbe l’intuizione di capire che il problema reale da risolvere a monte, per poter sperare di reaizzare i requisiti della gara, era quello di rendere minimi i tempi di iterazione dell’intero processo, per poter sì procedere con un approccio empirico, ma in modo snello, agile.
Così - questo moderno genio dell’innovazione - cambiò il suo problema da “costruire un aeroplano a propulsione umana“ a “costruire un prototipo di aeroplano rimontabile in poche ore”.

Solo dopo aver risolto questo nuovo problema, si dedicò ai requisiti veri e propri.
E ci riuscì!
Naturalmente anche lui passò attraverso diversi fallimenti prima di riuscire a vincere l’ambito premio Kremer, ma la differenza tra lui e gli altri è che per lui ogni iterazione di processo era questione di ore, non di mesi.

Così, semplicemente cambiando la prospettiva di visione del problema, applicando il caro e vecchio divide et impera nell’approccio risolutivo di un problema evidentemente molto complesso, Paul riuscì nell’impresa.

Se anche voi, nel vostro lavoro quotidiano, vi accorgete che state perdendo più tempo in problemi contingenti piuttosto che nella risoluzione del problema vero e proprio, probabilmente a monte avete un cosiddetto
problema di processo: vi state facendo la domanda sbagliata.

Provate allora a mollare per un po’ la presa e occupatevi di qualcos’altro.
Qualcosa di completamente diverso.
Attivate almeno ogni tanto un po’ di neuroni del vostro emisfero destro.
Magari ascoltate della buona musica classica o cimentatevi in una forma d’arte che vi appassiona...
Fidatevi, Ne varrà la pena, anche per rendere un po’ meno “noioso” il vostro lavoro quotidiano!
;-)



1.
assume un tono quasi profetico riletto allo stesso pubblico del post della mia collega